Legalmente il nostro profilo Linkedin vale 50 dollari, ma è davvero cosi?

Una sentenza americana ha quantificato il valore di un profilo Linkedin. È proprio cosi?

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Ma quanto vale il nostro profilo_

Ultimamente mi sono concentrato particolarmente su Linkedin perché ritengo che questo social sia utilissimo e molto funzionale per chi lavora nel campo della comunicazione e dell’ advertising digitale(e anche tradizionale).Infatti con una gestione accurata del proprio profilo privato e anche di quello aziendale, è possibile ampliare la propria rete di contatti in modo tale da creare nuove opportunità di lavoro e/o di investimento per se stessi e per i propri collaboratori.

Però in questi ultimi giorni Linkedin è stato oggetto di aspre polemiche in virtù della sentenza di un tribunale americano che ha “condannato”(in realtà si tratta di un accordo) i vertici aziendali a risarcire tutti gli utenti che erano stati vittima di un “furto” digitale nel ormai lontano 2012.

A quell’ epoca furono rubate, e pubblicate su un sito russo, circa 6 milioni di password inerenti a profili premium(a pagamento n.d.r)e questo reato portò alla costituzione di una class action composta da circa 800 mila utenti che richiesero un risarcimento milionario.

A distanza di qualche anno il tribunale ha accolto la richiesta, “obbligando” Linkedin a versare circa 1,25 milioni di dollari. Sottraendo le spese legali, il risarcimento oscillerà tra un valore massimo e uno minino. La somma minima che sarà risarcita sarà pari a 10 dollari, ma lo stesso risarcimento non potrà superare i 50 dollari.

Dunque da oggi la nostra identità professionale digitale ha un valore sommario ma ben definito che si collocherà in un intervallo numerico molto ristretto dal punto di vista economico.

Il clamore della sentenza è legato proprio alla valutazione economica dei profili premium quantificati dal giudice americano. Infatti 50 dollari per un’ identità professionale(a pagamento) sembrano una somma irrisoria e non proporzionata al reale valore degli account privati.

Innanzitutto in quegli spazi digitali c’è un legame affettivo che va al di là di un semplice rapporto virtuale poiché spesso tra un messaggio e l’ altro nascono delle splendide amicizie che si consolidano nel tempo.

In secondo luogo il furto di un’ identità professionale rientra di diritto negli atti di concorrenza sleale sanciti dall’ articolo 2598 del codice civile. Infatti nella terza fattispecie di questo articolo vengono incluse tutte quelle azioni indirizzate alla sottrazione dei segreti aziendali. Questi segreti possono essere custoditi anche nei profili Linkedin attraverso i messaggi di posta. Spesso gli accordi e le collaborazioni vengono sanciti mediante messaggi privati e chiunque rubasse un’ identità potrebbe “leggere” e “divulgare” tali notizie che sono vitali per qualsiasi azienda e/o professionista.

In terzo luogo il social ha il diritto e il dovere di salvaguardare la grande quantità di dati presente sulla piattaforma attraverso sistemi di sicurezza che tutelino la credibilità del social e l’ identità di ogni singolo iscritto.

Per questo se la nostra identità professionale digitale valesse davvero 50 dollari, Linkedin non avrebbe ragione di esistere e per tali ragioni che la valutazione economica deve tener conto di fattori endogeni ed esogeni al social del lavoro.

Autore: Angelo Cerrone

Vivo una vita reale ed una 3.0. Tutto ciò che passa per le mie mani viene digitalizzato. Sono un digital and social media strategist ma anche un blogger. Scrivo post velenosi ma veritieri.

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