Le imprese sono”prigioniere”dei social network.

Gli ultimi episodi di boicottaggio che hanno visto protagonisti gli attivisti politici hanno evidenziato un dato oggettivo:le imprese sono “prigioniere” dei social network.

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Nelle ultime settimane le pagine Facebook di:Vileda,Findus e Lindt sono state oggetto di contestazione da parte di un gruppo di attivisti del Movimento 5 Stelle in quanto per loro, i marchi appena citati avevano finanziato,mediante spot televisivi,due programmi di approfondimento trasmessi su La7 e su Rai3.

I due programmi in questione sono: Che Aria che tira condotto dalla Merlino ed Agorà celebre trasmissione della Rai.

Entrambe le rubriche non avevano lasciato spazio agli esponenti politici del Movimento 5 Stelle e ciò ha indotto gli attivisti a boicottare le aziende che avevano comprato regolarmente gli spazi pubblicitari.

Prima di esprimere la mia opinione in merito a questa vicenda paradossale, è giusto spiegare a chi non è del settore come avviene l’acquisto degli spazi commerciali in ambito televisivo.

Chiunque fosse interessato a diffondere un spot in tv dovrà contattare i responsabili commerciali delle emittenti per chiedere la procedura necessaria per acquistare uno spazio di trenta secondi. Generalmente le emittenti stilano un calendario settimanale,mensile o addirittura trimestrale dove saranno indicate le trasmissioni e gli orari dedicati alla pubblicità.

Ogni fascia oraria ha un prezzo differente in quanto il costo sarà calcolato dall’interesse del pubblico verso una determinata trasmissione e dagli orari in cui sarà diffuso lo spot televisivo. Ad esempio una pubblicità alle otto di mattina avrà un costo nettamente inferiore rispetto a quella delle otto di sera in quanto il target è molto più ristretto.

Inoltre tutte le pubblicità dovranno rispettare le linee guida del garante della comunicazione in quanto ogni spot televisivo non potrà far riferimento a simboli religiosi,politici o di qualsiasi altro genere che possono urtare la sensibilità del destinatario della comunicazione.

Quindi Vileda,Findus e Lindt hanno comprato gli spazi pubblicitari mediante una semplice attività di pianificazione che non comprende certamente la conoscenza approfondita delle tematiche discusse durante le trasmissioni.

Gli attivisti,ignorando questa procedura d’acquisto,hanno iniziato a copiare ed incollare lo stesso messaggio sotto ogni post in modo tale da boicottare i prodotti aziendali.

In poche ore le pagine Facebook sono state invase da messaggi offensivi e i social media manager hanno dovuto arginare la crisi reputazionale mediante la pubblicazione di un comunicato ufficiale dove si sottolineava la loro innocenza.

Ma ciò non è bastata per calmare gli animi degli attivisti che ancora oggi continuano a pubblicare lo stesso messaggio e ad incitare gli altri utenti a comprare i prodotti della concorrenza.

Questa vicenda evidenzia soprattutto un dato oggettivo:le aziende sono ostaggio dei social network.

Infatti è sufficiente un’alleanza strategica tra più individui per creare panico e confusione in un’azienda. Spesso le azioni di disturbo possono essere generate da commenti inappropriati o in alcuni casi da recensioni taroccate.

I brand,a loro volta, non hanno gli strumenti adatti per controbattere i molestatori se non di rispondere con messaggi personali o con comunicati ufficiali.

Il margine di manovra è molto limitato e quando la crisi reputazionale è causata intenzionalmente da attivisti o dalla concorrenza,i danni possono essere irreparabili.

Infatti l’utente medio dei social network non ha la capacità di raccogliere ed elaborare informazioni al di fuori delle piattaforme e dunque è molto propenso a diffondere,mediante condivisione,notizie false o poco veritiere.

In questo modo il passaparola digitale diventa un’arma mortale per le imprese che sono “prigioniere”di un sistema orientato alla raccolta dati e non alla tutela del business aziendale.

Autore: Angelo Cerrone

Vivo una vita reale ed una 3.0. Tutto ciò che passa per le mie mani viene digitalizzato. Sono un digital and social media strategist ma anche un blogger. Scrivo post velenosi ma veritieri.

6 thoughts on “Le imprese sono”prigioniere”dei social network.”

  1. Su questo argomento c’ho fatto la tesi del Master !

    Come ben sai sui Social il concetto tempo è diverso rispetto alla vita offline tutto corre più velocemente, ma se la notizia è negativa allora va ancora più veloce. Molte Aziende hanno perso credibilità e soldi grazie a (o per colpa di) Blog e Social.

    Ad esempio il caso della British Petroleum è quello più eclatante e che riporto sempre quando si parla di queste cose. Molte volte però le Aziende se la cercano perché fanno finta che Blog e Social non esistano fino a quando non vengono colpite, se invece formassero un team specializzato sulla gestione dei vari canali Social allora, forse, riusciresti ad arginare la falla.

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    1. Ormai prima di aprire un profilo social o un blog,ogni azienda deve redigere un piano anticrisi con l’individuazione di uno o più soggetti preposti a risolvere i relativi problemi. Ma la cosa preoccupante è che basta poco per distruggere tutto.

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      1. Sì Angelo, come dici basta poco, ma non la farei così drammatica. Il motivo è semplice: le aziende non sono prigioniere dei social network, ma dell’ignoranza delle persone che li usano. Per tanti ignoranti che non conoscono le dinamiche pubblicitarie, ce ne sono tanti altri che, da bravi pecoroni, continueranno a vivere come hanno sempre vissuto: senza approfondire e senza prendere posizione – quando ce n’è bisogno. Più grave è il caso in cui un’azienda, comunicando con il pubblico, si dà la zappa sui piedi. Naturalmente, ciò non toglie che sia giusto quanto dici: bisogna sapere prevedere la crisi e predisporre un piano d’intervento ad hoc.

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      2. Però mettiamo caso che una mattina un pazzoide si svegli e dica oggi rompo le scatole all’azienda x…l’azienda x senza aver fatto nulla(come nel caso di Vileda)sarà costretta ad ascoltare queste pecore che copiano ed incollano lo stesso messaggio.

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